Un paesaggio marittimo in bianco e nero con le strutture di una banchina al centro della foto

Donatello Tore

Bordi di Mare

Dal 9 agosto al 16 settembre 2026

Scheda critica

Venti fotografie in bianco e nero, trattenute dentro il perimetro rigoroso del quadrato, compongono Bordi di mare, il progetto fotografico di Donatello Tore dedicato alla linea mobile e incerta lungo la quale la terra incontra il mare. Non il mare aperto, sconfinato e spettacolare, ma il suo margine: uno spazio di passaggio, fragile e continuamente trasformato, dove natura e presenza umana si sovrappongono lasciando tracce, frammenti e silenzi.

Barche tirate a riva, piccoli approdi, moli, pontili, reti, muri, strutture portuali e ruderi compongono un paesaggio consumato dal tempo e dall’acqua, che lo sguardo fotografico sottrae alla marginalità per restituirlo come presenza carica di memoria. L’imbarcazione abbandonata, il pontile proteso verso l’orizzonte, le geometrie artificiali del porto diventano così segni di un racconto sospeso, indizi silenziosi di vite, attività e passaggi.

L’uniformità del formato costruisce una sequenza visiva compatta, nella quale ogni fotografia diventa una pausa, un’interruzione del movimento, un frammento sottratto al continuo trasformarsi dell’acqua, della luce e del cielo. Il quadrato accentua questa sospensione. Non accompagna naturalmente l’andamento orizzontale della costa, ma lo interrompe e lo contiene, costringendo lo sguardo a soffermarsi sulle relazioni interne all’immagine, sull’equilibrio tra pieni e vuoti, sulla distanza tra la vastità del paesaggio e la fragilità delle costruzioni umane.

Ciascuna fotografia diventa così uno spazio autonomo e, al tempo stesso, il tassello di una più ampia narrazione visiva.

Solo ad un primo sguardo, quelle di Tore sono fotografie di paesaggio marino. È un paesaggio che ha perduto il colore: non gli azzurri del cielo e dell’acqua, i bianchi della schiuma, le variazioni luminose della costa, ma una scala di neri, grigi e chiarori attraversata da una forte tensione drammatica. Il bianco e nero, per Donatello Tore, non è infatti una semplice scelta formale. È lo strumento attraverso il quale riscrive il paesaggio, lo sottrae alla sua riconoscibilità immediata e alla seduzione del colore per condurlo verso una dimensione più sospesa e riflessiva. Il mare perde il proprio colore ma acquista densità; il cielo diventa una superficie percorsa da masse, contrasti, improvvise aperture e lame di luce; le barche, le rive e le strutture artificiali emergono come presenze isolate dentro uno spazio rarefatto.

Anche il silenzio partecipa alla costruzione del racconto. Eliminando il colore, il bianco e nero sembra attenuare il rumore visivo e i suoni del mare: il movimento delle onde, il vento, le attività portuali, le voci, il lavoro degli uomini. Rimane una geografia muta di oggetti e architetture, un mondo nel quale ogni elemento sembra custodire la memoria di un’azione ormai trascorsa.

Superata questa prima linea della visione, il soggetto della mostra cessa di essere il mare. Nelle immagini affiora uno dei temi centrali della ricerca di Donatello Tore: il processo di antropizzazione del paesaggio, inteso come l’insieme delle trasformazioni prodotte dalla presenza, dal lavoro e dalle attività dell’uomo sull’ambiente naturale.

La presenza dell’uomo, tuttavia, appare quasi assorbita dall’estensione del cielo e dell’acqua e raccontata soprattutto attraverso la sua assenza: mediante gli oggetti che ha costruito, le strutture che ha utilizzato e le tracce che ha lasciato lungo la costa: tracce che conservano la memoria di un gesto, di un lavoro, di una funzione; ogni costruzione testimonia il tentativo di abitare, utilizzare o attraversare un territorio per sua natura instabile.

Quella raccontata dalle sue fotografie è un’antropizzazione residuale, minimale e silenziosa: ciò che resta dopo il passaggio dell’uomo, quando l’attività si è interrotta, le strutture hanno perduto la loro funzione e la natura ha iniziato lentamente a riappropriarsi dei luoghi.

Il tempo agisce sulle superfici, corrode il legno e il cemento, inclina le passerelle, interrompe i percorsi, trasforma le architetture in frammenti. Il mare avanza e si ritira, ricopre e scopre, deposita materiali e cancella confini. La natura sembra così avviare un processo inverso rispetto a quello dell’antropizzazione, inglobando progressivamente ciò che l’uomo ha costruito e riconducendolo al paesaggio.

In questa relazione tra costruzione e dissoluzione, permanenza e abbandono, si definisce il senso più profondo del titolo: i bordi di mare non sono soltanto i margini geografici della costa, ma luoghi di passaggio, soglie instabili, cerniere tra elementi differenti. È lungo questi confini che la terra e il mare si fondono; ed è qui che le fragili opere dell’uomo modificano temporaneamente il profilo naturale della costa, introducono geometrie, linee e materiali estranei, ma rimangono esposte all’azione dell’acqua, del vento e del tempo. Le fotografie registrano proprio questo momento di equilibrio incerto, quando la traccia umana è ancora riconoscibile ma ha già iniziato a confondersi con ciò che la circonda.

Bordi di mare racconta questa lenta alternanza attraverso immagini ferme e silenziose: la presenza attraverso l’assenza, il movimento attraverso la sospensione, il colore attraverso la sua cancellazione. E trasforma il margine – luogo apparentemente secondario e periferico – nel centro di una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla fragile permanenza dell’uomo nel paesaggio.

A margine della sequenza in bianco e nero, nello spazio espositivo del Museo Organica, il colore ritorna e introduce una diversa energia: tre grandi immagini, ancora nel formato quadrato, estendono la narrazione verso un altro paesaggio d’acqua. Non più l’acqua aperta e mobile del mare, ma quella raccolta e quieta delle risaie della Sardegna: una presenza vicina al mare e, allo stesso tempo, profondamente legata alla terra e al lavoro dell’uomo. Una dimensione nuova dove l’acqua non è più confine, margine, forza che consuma e restituisce, ma superficie ordinata, attraversata dalla luce, elemento vitale di un paesaggio costruito e coltivato.

Queste grandi immagini non interrompono la scansione dei bianchi e dei neri ma la riaprono, riportando il colore e suggerendo un diverso equilibrio possibile tra natura, paesaggio e presenza umana.

– Giannella Demuro

Biografia

Donatello Tore La sua ricerca fotografica è centrata sull’uomo, sul territorio e sugli ambienti del lavoro, con una costante attenzione all’architettura, alla città e alle trasformazioni sociali della Sardegna. Professionista dal 1985, si forma a Milano specializzandosi in fotografia editoriale, d’arte e di architettura. Rientrato in Sardegna, collabora con diversi editori e realizza gli apparati fotografici di numerosi volumi monografici e di storia dell’arte, tra cui quelli promossi dal Banco di Sardegna e pubblicate dalla casa editrice Ilisso. Con l’apertura del MAN di Nuoro avvia una lunga e proficua collaborazione con il museo, contribuendo alla realizzazione di diversi cataloghi. Di grande valore antropologico i lavori commissionatigli dall’ISRE sul borgo di Lollove e i suoi abitanti, il progetto dedicato alle donne di Orune e un reportage sulla città di Nuoro. Tore ha, inoltre, realizzato contributi audiovisivi sull’architettura e collaborato con registi sardi, tra i quali Salvatore Mereu e Giovanni Columbu.

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