
Coquelicot Mafille
Il tuo sogno nel mio sogno
Dal 9 agosto al 16 settembre 2026
Scheda critica
Nutrita di sicurezze concettuali, alimentata da teorie sociali e antropologiche, rinfocolata da determinazione viscerale, la poetica di Coquelicot Mafille si precisa in forme audacemente spettacolari, sfacciatamente propagandistiche, esteticamente tentacolari.
Impossibile sfuggire alla loro presa, impossibile non venir catturati, e non solo visivamente, dai suoi teleri mossi dal vento della passione, sospesi nello spazio saturato dalla loro presenza, dominanti nel vuoto dell’accidia del mondo e pronti a salpare per raggiungere coscienze vitali. Un’operazione cocente, la sua, infiammabile, intensa come un’invocazione, scottante come un’accusa, emozionata come una poesia. Suadente come un canto rituale.
Fatti in tessuto di cotone, cuciti, assemblati, i drappi di Coquelicot Mafille si offrono simili a stendardi processionali e, come loro, dichiarano un’appartenenza ben precisa a ragioni che si manifestano in immagini, simboli, cifre di un alfabeto universale. Appartengono ad un progetto che vuole essere molto di più di quello che dichiara: “Set sail to somewhere golden”, dove le vele spiegate sono la metafora di un messaggio che deve arrivare in ogni dove e il luogo dorato è, di fatto, un posto migliore per stare al mondo. Basterebbe un posto più giusto, una convivenza più solidale, un’armonia di intenti con gli altri abitanti della terra, piante e animali, e non un gioco al massacro come è sotto gli occhi di chi vuole vedere. Si, un sogno, certo, “Il tuo sogno nel mio sogno” dice la mostra di Organica nella sua complessità di lavori, opere, propositi e proposte. Un sogno circolare che abbracci quella sfera rotonda che chiamiamo Terra, dove noi, come le api, le formiche, i pipistrelli, consumiamo un ciclo esistenziale esattamente uguale, ma diverso solo nei tempi e nei modi.
“L’obiettivo di fondo – afferma Coquelicot Mafille – è quello di scuotere e decolonizzare il nostro pensiero per agire rapidamente rispetto allo spegnimento degli ecosistemi intrecciati. Gli esseri umani non sono gli unici a pensare, né le uniche specie a sentire e ad avere una rappresentazione del mondo”.
Scendono dall’alto in larghe fasce di tessuto leggero ed esplodono in una sinfonia di colori-suono, tinte accese e sature che squillano festose e seducenti in una calda atmosfera che invita all’attraversamento labirintico dove le silhouette delle figure cucite sulla tela dipingono scenari da leggere con attenzione sempre più allarmata. Stendardi di una religiosità laica, si mostrano come insegne di una cerimonia aperta e invitante, vessilli di una liturgia per iniziati. Il vuoto intorno è spazio di ripensamenti e meditazioni.
Di fatto, sono cartografie del mondo, immagini che provengono dall’Amazzonia e dalla Siberia, dall’Afganistan, dall’Africa centrale o dal Kazakistan: ideate dall’artista dapprima in disegni su carta, poi trasferite su stoffe multicolori ritagliate e applicate con ago e filo da chi ha fatto, della pratica del ricamo e cucitura, il proprio linguaggio nel contemporaneo. Al centro della rappresentazione dialogano figure umane e animali, fiori e parole di un alfabeto dell’anima e intanto si va svelando la drammaturgia di volta in volta messa in scena: lo splendore della forma è di fatto una denuncia plateale degli orrori del mondo. Se guardate attentamente la figura femminile che tiene tra le braccia un animale si scopre che mentre evoca una Vergine con Bambino in realtà dichiara la ferocia con cui vengono sacrificati animali da mettere in tavola. Ma può anche assumere l’aspetto di una figura maschile in abiti afgani mentre offre da mangiare agli uccelli sullo sfondo di abitazioni kazake fortemente stilizzate: la corrispondenza di azioni, l’immensa luminosità della vicenda, l’armonia che sprigiona sono momenti di un diario dei giorni del pianeta trasfigurati nell’immaginario visivo. Ogni vela racconta una storia e ognuna è sostenuta da un fregio alla base dove gli insetti o i fiori smettono la loro funzione decorativa per diventare presenze vicine e tangibili. Le bande colorate di toni binati diventano così una segnaletica di pericolo da tenere a mente.
Nate dalla dedizione all’arte tessile, i lembi alternati di toni a contrasto sono in realtà trame di raffinate intelaiature che assumono, come negli acrilici di piccole dimensioni, una funzione architettonicamente strutturale mentre mettono in rilievo le figure leggere e sospese su cui l’artista costringe la nostra attenzione: come pagine di un calendario della memoria indicano situazioni vissute in Costa Rica di cui conservano l’intensità di emozioni nell’equilibrio armonico tra piante esuberanti, docili animali e consapevole umanità.
Coquelicot Mafille ricama come se dipingesse e dipinge con la grazia del ricamo, l’eleganza dell’ordito, l’essenzialità dell’impaginato: risultato di un perfetto sincretismo tra colori fauves e segno di ascendenza espressionista, non sono estranee a queste grandi composizioni evocazioni pop e persino reminiscenze da realismo socialista, insieme a concessioni al graffitismo e alla sintassi dello storytelling. D’altra parte ci ha abituati a inseguire i suoi disegni ricamati sui muri o sui vetri come se fossero stoffa o a usare le forbici come punte di matita o sottili scalpelli. Viene in mente Matisse che dei suoi celeberrimi gouaches découpées amava dire: “Ritagliare nel vivo del colore mi ricorda lo sbozzare diretto degli scultori”.
Nei lavori pittorici Coquelicot Mafille intreccia un dialogo serrato con le parole, mette in atto una sfida alla lettura, ordisce una eccitante sollecitazione per gli occhi. Da trasferire alla coscienza. Concepiti su due livelli, sfondo e primo piano che si attraggono o si respingono, le composizioni verbali si dispongono in ordine preciso e inalterabile: nelle dodici lettere di cui sono formate, la presa di senso è scandita dalla rottura lineare che genera attimi di fatica per poi rianimarsi nella conquista della parola poetica. Dall’alto verso il basso le lettere seguono quasi un gioco enigmistico mentre si strutturano come solidi nello spazio e dichiarano la magia della parola fatta di forma e contenuto.
Come i piccoli arazzi di Alighiero Boetti, da cui sembrano discendere, o gli aggregati linguistici della poesia visiva con cui stringono forti legami, le composizioni verbali di Coquelicot Mafille (frutto di estenuante ricerca iconografica nelle biblioteche di mezzo mondo da cui acquisisce e rielabora gli sfondi che accolgono la parola-immagine) sono di fatto tappeti di senso che invitano alla rinascita e alla condivisione.
Così anche nel grande dipinto “Renewal of joy”: concepita come una mitografia di un futuro prossimo a venire, la tela è scrittura poetica ordita tra un grande banner e una colta illustrazione, tra evocazioni rinascimentali e giocosità pop, di fatto manifesto di un’utopia ancora possibile.
Mariolina Cosseddu
Biografia
Coquelicot Mafille nata a Parigi (1975), è un’artista italo-franco-danese. Vive e lavora tra Milano e Alghero. Ha esposto in Italia, Francia, Marocco, Turchia e Costa Rica e ha partecipato a diverse residenze d’artista, tra cui Casa degli Artisti a Milano, Hotel Belmar, Monteverde in Costa Rica, 59Rivoli a Parigi, Bocs a Cosenza, Menafueco a Grottaglie. Collabora con committenti pubblici e privati in comuni e regioni e conduce laboratori d’artista in scuole e musei. La sua ricerca artistica ruota intorno al gioco, alle dimensioni del sogno, agli spazi linguistici, alla natura e alla natura delle relazioni umane. Attraverso forme e cromie multiculturali, mette in avanti la diversità e la specificità del vivente, compresi gli ambienti antropici e i paesaggi. L’indagine delle immagini pittoriche e fotografiche passate, personali e contemporanee da cui trae ispirazione si traduce in ricamo, cucito e pittura. Sfidando i confini convenzionali del ricamo da cui è partita, sviluppa la sua pratica attraverso il cucito, la scrittura, la pittura, su tela, tessuto, carta, muri urbani e vetrate, con filo, vernice e nastro adesivo.
Fotografie
(prossimamente)
Intervista
(prossimamente)



